(da Aneglia Informa di aprile 2024)

Paolo Palumbo, vigile urbano amegliese, lasciò una testimonianza scritta sul bombardamento che colpì Montemarcello il 13 dicembre 1944. Conservata nell’archivio parrocchiale, è stata pubblicata su “Ameglia Informa” nel marzo 2022.

Ne riporto alcuni brani, che danno il senso della tragedia:

“Le incursioni quel giorno furono continue tanto che l’allarme, dato dai soliti due colpi di cannoncino, nella prima incursione verso le sette di mattina, durò tutto il giorno. Le incursioni furono 23 – gli aerei erano 4 del tipo “Corsair” che sganciavano ognuno due bombe da (500 libbre) 200 Kg. La 22ª incursione fu fatale per il paese, una strage. I morti furono 47. Venne colpita la zona del “Lavaccino” proprio dove normalmente ci si rifugiava sotto la volta detta “di Domelò” (vulgo del nome Rossi Domenico, proprietario della casa soprastante). Dove esistevano due o tre piani di case abitate e una osteria detta “Il Dopolavoro”, gestita all’epoca da Cabano Ferrero, esisteva ora solo un cumulo di macerie fumanti. Le urla di coloro che, ancora vivi, cercavano di uscire di sotto il tragico cumulo erano impressionanti.

Annottò presto, e fu veramente una notte di tregenda. La luce elettrica non c’era più. Alla luce di torce, di candele, di stracci unti, coloro che ne erano in grado scavavano e recuperavano i morti e i feriti. Ben presto la chiesa si riempì di cadaveri e tanti di questi ridotti a brandelli, irriconoscibili. I sopravvissuti ricordano quella notte, la chiesa semibuia ed il sangue che aveva letteralmente allagato il pavimento della chiesa stessa”.

La storia dei bombardamenti alleati nella seconda guerra mondiale è una storia tragica: di lotta per la libertà ma anche di lutti, di morti, di stragi di civili. Come a Montemarcello, come alla Spezia, una delle città italiane più colpite: le vittime furono 182, le abitazioni distrutte o danneggiate gravemente circa il 45% di quelle esistenti prima della guerra.

È una storia internazionale, non solo italiana. Il primo devastante bombardamento fu per mano tedesca: si abbatté su Coventry, in Inghilterra. All’attacco della Germania nazista seguì la risposta degli Alleati.

La storia dei bombardamenti è la storia del Novecento: la iniziò l’Italia liberale, con i ripetuti lanci di granate sui villaggi libici, fra 1911 e 1912. Ci vantammo di essere arrivati per primi. Poi venne la prima guerra mondiale, poi la guerra di Spagna, contro la Repubblica: il bombardamento di Guernica da parte degli aerei tedeschi e italiani ne fu un simbolo.

Poi la seconda guerra mondiale: dopo Coventry, Dresda, l’Italia…  fino a Hiroshima e Nagasaki.

La guerra fu vinta soprattutto nei cieli. L’Italia, imbevuta di bellicismo, era in realtà del tutto impreparata. Nei cieli più che altrove. Avevamo bombardato anche noi l’Inghilterra, all’inizio: ma eravamo troppo deboli, incapaci di contrastare le offensive aeree angloamericane.

Tra il 1940 e il 1945 i morti sotto le bombe furono 60mila: oltre un quinto del totale delle vittime.

Fu un lutto amaro, anche perché gran parte degli italiani aveva creduto alla propaganda bellicista del regime. Sono questioni delicate e dividenti. Gli aerei alleati erano maledetti, ma anche attesi: i nostri nemici erano i nazisti e i fascisti, terribili nella guerra di terra, nel corpo a corpo nei nostri villaggi, nei nostri monti.

L’Italia aveva qualcosa da rimproverarsi? Certamente sì: la Libia, l’Etiopia, la Spagna, la guerra al fianco di Hitler… i bombardamenti ci portano a riflettere sulla drammatica complessità della storia della guerra mondiale contro il nazismo: che cosa sarebbe successo se avesse vinto Hitler? Quali tragedie avrebbe conosciuto il mondo?

E dal cielo, dagli aerei alleati non venne forse anche del bene? La risposta è ancora sì: le missioni dei militari, i lanci ai partigiani, i volantini antifascisti e antinazisti.

Con i bombardamenti si volevano colpire anche i civili, per devastare il morale. Il contraccolpo psicologico fu fortissimo: si sentiva che la guerra era perduta.

Ma il fatto di non aver mai messo in discussione nulla dei bombardamenti ha avuto conseguenze drammatiche.

Le immagini del collage di fotofono di Simone Baldoni. I quadrati vuoti stanno a significare quelli di cui non ci sono le foto foto

Dopo la seconda guerra mondiale l’uso massiccio dei bombardamenti ha caratterizzato tutti i conflitti armati, e a farne le spese è stata ancora una volta soprattutto la popolazione civile. Le vittime civili sono ormai l’80-90% delle vittime totali. La legittimità dei bombardamenti è entrata nel senso comune.

E tuttavia dobbiamo riflettere. Qualcosa cambiò nel corso della seconda guerra mondiale. Consideriamo la lunga distanza che separa la formulazione della Carta Atlantica dell’agosto 1941, tutta incentrata su principi di ordine etico, dalla catastrofe di Hiroshima (agosto 1945): in quegli anni cadde progressivamente ogni opposizione etica al bombardamento terroristico.

Gli “Scritti sulla guerra” della filosofa Simone Weil, del 1939-1940, gravitano attorno alla tesi secondo cui “la forza è ciò che rende chiunque le sia sottomesso una cosa”. La trasformazione degli uomini in cose riguarda sia le vittime che i perpetratori della violenza: “Si maneggi la forza o se ne sia feriti, in ogni modo il suo contatto pietrifica e trasforma un uomo in cosa. Merita il nome di ‘bene’ solo ciò che sfugge a questo contatto”. Era una chiara premonizione dell’abisso in cui stava precipitando la civiltà europea.

L’idea che non ci siano fini scindibili dai mezzi, si prospetta oggi non solo come criterio di giudizio morale, ma anche come imprescindibile metro di valutazione storica. In fondo che cos’è l’articolo 11 della Costituzione, con quel termine così forte, “ripudiare”, se non la conseguenza della solenne condanna della guerra maturata dolorosamente nella transizione al post fascismo?

Il ricordo dei bombardamenti di Montemarcello ci fa dunque riflettere sulla guerra, in una fase storica in cui la guerra torna a fare paura e riemergono dal fondo della storia forze brutali e imprevedibili delle quali si era quasi persa memoria. Si è riabilitata la guerra. È  sempre la guerra di una volta. Sono sempre i bombardamenti di una volta. Senza l’atomica, ma per quanto ancora?

Dobbiamo riacquistare con urgenza il senso della pace. Nel 2002 Gino Strada venne alla Spezia, in Teatro Civico gremito. Eravamo io, lui e un  altro caro amico anch’egli scomparso, Luis Sepulveda.

Luis Sepulveda, Gino Strada e Giorgio Pagano 3 settembre 2002

Gino disse: “Dobbiamo convincere milioni di persone del fatto che abolire la guerra è una necessità urgente e un obiettivo realizzabile. Questo concetto deve penetrare in profondità nelle nostre coscienze, fino a che l’idea della guerra divenga un tabù e sia eliminata dalla storia dell’umanità”.

Sono parole ancora attuali, più che mai necessarie in questi tempi di folle fervore bellicista.

Giorgio Pagano

(Le foto allegate sono dell’archivio Enrico Baldoni. Altre foto e quella dell’autore sono pubblicate sul sito www.amegliainforma.it, nell’articolo in evidenza assieme al racconto completo di Paolo Palumbo su Ameglia Informa marzo-aprile 2022)